Nessun luogo, da nessuna parte. Ricordo di Christa Wolf

Christa Wolf è morta. Un pezzo della Germania contemporanea, della mia stessa storia personale (senza esagerare) e del mio rapporto con la cultura tedesca se ne va, in silenzio, in punta di piedi, come nel suo stile.

Chiunque abbia frequentato per un po’ la letteratura tedesca del dopoguerra sa benissimo di cosa parlo, e quindi può anche abbandonare la lettura di questo piccolo post qui, non mi offendo, anzi: so che le mie parole poco potranno aggiungere al coro di voci in memoriam

Chi invece non l’abbia conosciuta, né letta, oppure chi magari - approssimando - sentendone parlare la confondeva con Virgina Woolf, distorcendone il nome magari, come ancora oggi fanno in TV, allora potrebbe essere interessato a saperne di più. Di lei, ed in piccola parte anche  di me, in un certo senso, vorrei parlare. 

Christa Wolf era Cassandara, Medea, Rita Seidel, era la Günderrode e la casalinga inquieta che osserva il mondo dal suo giardino, ai margini dell’impero, mentre fuori esplode il tempo moderno.

Spesso attaccata per quella ultima, strenua difesa della “terza via”, anche dopo i fallimenti e gli scetticismi di fronte al successo della Wende in Germania, la Wolf sembrava un intruso nell’agone politico del 1989: simbolo riluttante (per natura e stile) dell’utopia di un’altra DDR, portavoce di quel formidabile momento di contrapposizione storica che fu Neues Forum, e che oggi - a distanza di anni - ci ricorda più un gruppo di illusi pacifisti marziani che non un’élite culturale con i piedi ben piantati in terra.. 

La Wolf scrisse di Berlino, del muro, senza mai nominarlo, comprese subito che la divisione fisica della città (e della Germania) si sarebbe trasformata in divisione delle anime, in una visione doppia, schizofrenica della realtà tedesca e persino della “scenografia” naturale in cui gli eventi si stavano svolgendo, in quel lontanissimo 1961. “Der Himmel teilt sich zu allererst” (il cielo è la prima cosa si divide) recita la Giulietta dell’est, Rita, mentre il suo  Romeo - Manfred - cerca di gettare un ponte verso un’unione delle anime sotto lo stesso cielo, aldilà del muro e della divisione incombente.

La scena chiave del suo capolavoro (insieme a Cassandra) “Il cielo diviso” del 1963 è niente di più che una scena romantica, il racconto di 2 amanti che stanno per lasciarsi, perchè i due mondi che li circondano sotto il cielo stellato stanno per chiudersi definitivamente alle loro spalle, escludendoli da un futuro comune. 

La metafora però è evidente: il mondo diviso in 2, la Germania e Berlino divise saranno il totem della sua scrittura, la porta che si spalanca sull’incomunicabilità del presente, e che ci porta al rifiuto della verità, perchè “tanto gli altri non ci capiranno mai”, ed avranno forse paura di noi, delle nostre idee, che  ormai sono profezie (Cassandra), spingendoci verso il limite, verso il disimpegno totale, l’apatia nei confronti delle lotte, perchè l’incontro di due anime affini potrebbe risolversi solo  nel totale annullamento dell’essere, in un destino di auto distruzione (Nessun luogo da nessuna parte) che somiglia tanto all’amore, ma che invece è morte, dove Eros e Tanatos sono parenti stretti.

L’altra faccia della sua letteratura è rappresentata da quello che Kafka chiamava “la maledizione della lingua”, l’impossibilità dell’espressione coerente, la moltiplicazione del messaggio nel mondo contemporaneo, che corrisponde alla frammentazione dell’Io moderno. La scelta di usare una lingua “altra” per paura di essere intercettati dalla Stasi, creando un codice binario che solo i poeti potranno capire, per sfuggire alla censura (sulla scorta di Brecht), si risolve lentamente nel silenzio assoluto, nella distanza sempre più ampia tra pensiero e voce, vivendo in paesi stranieri, ma pensando in tedesco, come fece Thomas Mann, con la dannazione di una lingua che non ti lascia più libero, ti soffoca giorno per giorno…

Mi mancherà Christa Wolf: con lei ho scoperto Berlino e molti lati “oscuri” del mio stesso Io, ho creato una mia geografia interiore, che - anche grazie ai suoi libri - mi ha condotto per mano nel mondo delle idee..

Adieu braunes Fräulein.